“TRUFFA E VENDITA DI TITOLI OBBLIGAZIONARI”

“TRUFFA E VENDITA DI TITOLI OBBLIGAZIONARI”

CASS. PEN. SEZ. II, 07/11/2013, n. 49446

ll delitto di truffa che abbia ad oggetto la vendita di titoli obbligazionari si consuma non nel momento in cui il soggetto passivo, per effetto degli artifici o raggiri, assume l’obbligazione della dazione di un bene economico, ma nel momento in cui il suddetto soggetto perde definitivamente il bene acquistato e cioè nel momento in cui è dichiarato il default del soggetto emittente.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Antonio – Presidente -

Dott. DAVIGO Piercamillo – Consigliere -

Dott. RAGO Geppino – rel. Consigliere -

Dott. VERGA Giovanna – Consigliere -

Dott. DI MARZIO Fabrizio – Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

1. G.L. nato il (OMISSIS);

2. C.S. nata il (OMISSIS);

avverso la sentenza pronunciata dalla Corte di Appello di Venezia il 13/12/2012;

nei confronti di:

CA.IV. nato il (OMISSIS);

Visti gli atti, la sentenza ed il ricorso;

udita la relazione fatta dal Consigliere Dott. Geppino Rago;

udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Carmine Stabile che ha concluso per l’annullamento con rinvio;

uditi i difensori avv.to XXXXXXX (per i ricorrenti) che ha concluso per l’accoglimento del ricorso e avv.to XXXXXXXXXX (per Ca.) che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

 Svolgimento del processo

 1. Con sentenza del 13/12/2012, la Corte di Appello di Venezia dichiarava inammissibili per mancanza di interesse gli appelli proposti dalle parti civili G.L. e C.S. avverso la sentenza con la quale, in data 28/11/2009, il giudice monocratico del Tribunale di Padova aveva assolto CA.Iv.

dall’imputazione di truffa aggravata – per avere indotto nella sua qualità di promotore finanziario della Mediolanum spa, i coniugi G. e C., ad investire i propri risparmi in bond Argentini e Cirio pochi mesi prima che lo Stato Argentino e la società Cirio divenissero insolventi – perchè il fatto non costituisce reato.

Rilevava, infatti, la Corte territoriale che la prescrizione dei reati “era maturata prima dell’emissione del decreto di citazione a giudizio del Ca. davanti al giudice di primo grado e le parti civili non potevano più far valere i loro diritti nel procedimento penale: l’appello in questa sede non era pertanto proponibile”.

La Corte, dopo aver rilevato che il reato si consumato nel momento in cui si era realizzato il danno delle persone offese, precisava che, per i bond argentini il momento consumativo doveva considerarsi nel dicembre 2001 (data del default), per cui l’azione penale avrebbe dovuto essere iniziata prima del dicembre 2007; per quanto riguardava, invece, i titoli Cirio, il momento consumativo doveva essere fatto risalire al 3/7 – novembre 2002 per cui l’azione penale avrebbe dovuto essere iniziata entro il sette novembre 2008.

2. Avverso la suddetta sentenza, G.L. e C. S., a mezzo del comune difensore, con separati ricorsi peraltro perfettamente simili, hanno proposto ricorso per cassazione deducendo i seguenti motivi:

2.1. violazione dell’art. 160 c.p., per non avere la Corte rilevato che il Pubblico Ministero aveva notificato al Ca. l’invito per la presentazione di persona sottoposta ad indagini datato 17/03/2007 che costituiva un atto interruttivo ex art. 160 c.p., comma 2. Di conseguenza, maturando la prescrizione in anni sette e mesi sei, nessuno dei reati contestati, al momento del giudizio di primo grado, si era ancora prescritto: infatti, il reato riguardante i Bond Argentini (data di consumazione dicembre 2001) si sarebbe prescritto nel giugno 2009, mentre quello riguardante i Bond Cirio (momento consumativo il 3/11/2002), si sarebbe prescritto il 3/05/2010, sicchè al momento della citazione a giudizio, risalente al 11/11/2008, nessuno dei due reati si era ancora prescritto.

2.2. violazione dell’art. 640 c.p., nella parte in cui la Corte aveva ritenuto che il momento consumativo dei due reati dovesse essere fatto risalire al momento della dichiarazione del default. Ad avviso dei ricorrenti, invece, vertendosi in materia di truffa contrattuale, la Corte avrebbe dovuto applicare il principio di diritto secondo il quale il momento consumativo andava individuato nel momento in cui si era realizzato l’effettivo conseguimento del bene da parte dell’agente e la definitiva perdita dello stesso da parte del soggetto raggirato: il che, nella fattispecie, avrebbe determinato lo spostamento del momento consumativo alla scadenza dei contratti e cioè dal 06/09/2002 (scadenza più remota) al 06/03/2010 (scadenza ultima).

3. Con memoria depositata il 21/10/2013, il Ca., a mezzo del proprio difensore, ha confutato gli argomenti addotti con i ricorsi delle parti civili, chiedendo che venissero dichiarati inammissibili o rigettati.

Motivi della decisione

 1. violazione dell’art. 640 c.p.: in via preliminare, deve scrutinarsi il motivo sub 2 dei ricorsi con il quale entrambi i ricorrenti sostengono, che, in realtà, la data di consumazione del reato andrebbe spostata alla scadenza dei contratti e non al momento in cui venne dichiarato il default.

La doglianza è infondata per le ragioni di seguito indicate.

I ricorrenti, invocano a sostegno della propria tesi, la giurisprudenza di questa Corte secondo la quale il delitto di truffa cosiddetta contrattuale a consumazione prolungata si realizza alla scadenza di ogni contratto sottoscritto e, cioè, ogni volta in cui si determinano la perdita economica ed il profitto ingiusto, mentre la condotta dell’agente perdura, ugualmente, fino alla scadenza di ogni singolo contratto: Cass. 49932/2012 Rv. 254111; Cass. 43347/2009 Rv. 245598.

La suddetta giurisprudenza si fonda sull’osservazione secondo la quale essendo il reato a consumazione prolungata (nel senso che si realizza ogni volta in cui si determina, alla scadenza di ogni contratto sottoscritto dall’investitore, la sua perdita economica con il profitto ingiusto per il soggetto agente), e, quindi, perdurando la condotta dell’agente fino alla scadenza di ogni singolo contratto (Sez. Un. 21.6/1.8.2000, Rv 216429; Sez. 2, 15.10/13.11.2009, Rv 245596), il reato si consuma non già quando il soggetto passivo assume, per effetto di artifizi o raggiri, l’obbligazione della “datio” di un bene economico, ma nel momento in cui il raggirato subisce la definitiva perdita del bene acquistato o, il che è lo stesso, del suo valore da parte del raggirato.

La suddetta giurisprudenza, come risulta da un semplice controllo sulle fattispecie esaminate di volta in volta nelle varie sentenze che sono state pronunciate sul punto, si riferisce alla vendita di prodotti finanziari atipici, cosiddetti “swaps” titoli che sono caratterizzati, notoriamente, da altissima aleatorietà.

Questa Corte non intende mettere in discussione il suddetto principio di diritto che è del tutto condivisibile.

Diverso, però, è il caso di specie.

La vendita di Bond – ossia di obbligazioni siano esse emesse da Stati sovrani sia da società di capitali – è uno strumento finanziario che non ha nulla a che vedere con i ed derivati ai quali appartengono gli swaps che è un contratto atipico, a termine, consensuale, oneroso e aleatorio e che può avere ad oggetto anche titoli obbligazionari secondo una variegata tipologia ognuna delle quali persegue una sua propria finalità.

La intuitiva differenza strutturale fra questi due strumenti finanziari impedisce, quindi, di applicare anche ad una normalissima vendita di obbligazioni quella giurisprudenza invocata dai ricorrenti.

In realtà, al caso di specie, deve applicarsi quella giurisprudenza secondo la quale il delitto di truffa, nella forma cosiddetta contrattuale, si consuma non al momento in cui il soggetto passivo, per effetto degli artifici o raggiri, assume l’obbligazione della dazione di un bene economico, ma al momento in cui si realizza il conseguimento del bene da parte dell’agente con la conseguente perdita dello stesso da parte della persona offesa. In particolare, ove il pagamento del bene deve avvenire, per pattuizione, in più ratei, il reato si consuma con l’ultimo atto di erogazione: Cass. 31044/2008 Rv. 240659.

Ora, applicando il suddetto principio al caso di specie, ne deriva che il momento in cui i ricorrenti persero il valore dei beni acquistati – e cioè che i Bond non sarebbero stati più rimborsati si è verificato quando fu dichiarato il default che costituisce il momento in cui il debitore (e cioè l’emittente il Bond) dichiara di non essere più in grado di assolvere alle proprie obbligazioni scadute e non. In quel momento il danno è certo sia per le obbligazioni già scadute che per quelle che devono ancora scadere, anche se rimane incerto il quantum che è, ovviamente, quantificato solo in un momento successivo e cioè quando si appura se e in che misura il debito derivante dalle obbligazioni non pagate può essere pagato.

Correttamente, pertanto, la Corte territoriale ha ancorato il dies a quo del momento consumativo alla dichiarazione di default e, quindi, quanto ai Bond Argentini al dicembre 2001 e, quanto ai Bond Cirio al 03/11/2002.

Di conseguenza, la doglianza dev’essere disattesa alla stregua del seguente principio di diritto: “Il delitto di truffa che abbia ad oggetto la vendita di titoli obbligazionari si consuma non nel momento in cui il soggetto passivo, per effetto degli artifici o raggiri, assume l’obbligazione della dazione di un bene economico, ma nel momento in cui il suddetto soggetto perde definitivamente il bene acquistato e cioè nel momento in cui è dichiarato il default del soggetto emittente”.

2. violazione dell’art. 160 c.p.: la censura è parzialmente fondata.

2.1. Risulta dalla documentazione prodotta dai ricorrenti che il Pubblico Ministero, con atto datato 17/03/2007 – trasmesso D.Lgs. n. 271 del 1989, ex art. 42, in data 26/03/2007 – invitò il Ca., ex art. 375 c.p.p., a presentarsi, per il giorno 03/04/2007, per essere sottoposto all’interrogatorio, atto questo che delegò alla Polizia Giudiziaria.

L’invito a comparire, a norma dell’art. 160 c.p.p., comma 2, ebbe l’effetto di interrompere la prescrizione come ritenuto dalla costante giurisprudenza di questa Corte (Cass. 34450/2003 riv 225954;

Cass. 2787/2005 riv 233035; Cass. 7007/2012 riv 251991) secondo la quale il suddetto atto ha efficacia interruttiva della prescrizione del reato, anche se all’interrogatorio abbia poi proceduto un ufficiale di Polizia giudiziaria all’uopo delegato dal Pubblico Ministero, atto quest’ultimo, invece, privo di effetti interruttivi (SSUU 33543/2001 riv 219222.

2.2. Bond Argentini: in ordine alla truffa avente ad oggetto la vendita dei suddetti Bond, i ricorsi sono infondati.

Infatti, premesso, che, per quanto detto supra al 1, il reato si consumò nel dicembre del 2001, il reato si sarebbe prescritto in anni sei e cioè nel dicembre 2007, secondo la nuova normativa.

Nulla, in concreto cambierebbe ove si applicasse la previgente normativa. Infatti, essendo stato contestato il reato continuato con la vendita dei Bond Cirio, ove si applicasse la previgente normativa (che prevedeva un termine di prescrizione di anni cinque), il dies a quo per calcolare la prescrizione dovrebbe essere fatto decorrere, ex previgente art. 158 c.p., dal 03/11/2002 facendo così cadere il termine ultimo per la prescrizione al 03/11/2007 per entrambi i reati.

Poichè vi fu un atto interruttivo (invito a comparire) in data 03/04/2007 (quindi prima della decorrenza della prescrizione, sia secondo la nuova che la vecchia normativa), il termine massimo di anni sette e mesi sei (identico sia per la nuova che per la vecchia normativa), venne a cedere nel giugno 2009 e cioè prima della sentenza di primo grado pronunciata in data 28/11/2009.

Ciò comporta, quindi, che, benchè la Corte abbia errato nel ritenere che la prescrizione fosse maturata con il semplice trascorrere di anni sei (invece che di anni sette e mesi sei dovendosi calcolare anche l’interruzione), di fatto, la situazione giuridica per i ricorrenti non cambia, in quanto, comunque, la prescrizione maturò prima della sentenza di primo grado.

Di conseguenza, ove la Corte territoriale dovesse essere investita nuovamente della questione, le soluzioni alle quali potrebbe pervenire sono due:

a) ritenere fondata la sentenza di assoluzione di primo grado e, quindi, rigettare la domanda della parte civile;

b) ritenere che il processo debba concludersi non con l’assoluzione ma con la prescrizione già maturata nel giudizio di primo grado: in questo caso rimarrebbe ferma anche la mancata decisione sulle domande civili exart. 538 c.p.p..

Come si può notare, in qualunque delle due ipotesi che, in astratto, potrebbero verificarsi a seguito di un giudizio di rinvio, la parte civile non otterrebbe alcun risultato utile ai suoi fini perchè, comunque, la sua domanda non potrebbe essere accolta.

Pertanto, il ricorso, limitatamente alla truffa avente ad oggetto i Bond Argentini (capo sub 2 dell’imputazione), deve ritenersi infondato, dovendosi ribadire il principio di diritto secondo il quale “la parte civile non è legittimata a proporre appello, neppure in via incidentale, avverso la sentenza dichiarativa di estinzione del reato per prescrizione, almeno quando quest’ultima sia maturata prima della pronuncia della sentenza di primo grado” Cass. 19540/2013 riv 255668; Cass. 47356/2009.

2.3. Bond Cirio: diversa è la situazione per la truffa avente ad oggetto i suddetti Bond (capo sub 1 dell’imputazione).

Infatti, premesso, che, per quanto detto supra al 1, il reato si consumò il 03/11/2002, il reato si sarebbe prescritto in anni sei e cioè il 03/11/2008, secondo la nuova normativa.

Poichè vi fu un atto interruttivo (invito a comparire) in data 03/04/2007 (quindi prima della decorrenza della prescrizione, sia secondo la nuova che la vecchia normativa), il termine massimo di anni sette e mesi sei, venne a cedere il 03/05/2010 e cioè dopo la sentenza di primo grado pronunciata in data 28/11/2009: la Corte territoriale ha, quindi, errato nel ritenere che, anche per i Bond Cirio, la prescrizione fosse maturata prima della sentenza di primo grado e l’errore è rilevante ai fini della decisione assunta.

Infatti, era del tutto evidente l’interesse ad impugnare della parte civile perchè la Corte territoriale avrebbe dovuto decidere nel merito e, ove avesse ritenuto di accogliere l’appello, avrebbe dovuto pronunciarsi – nonostante l’intervenuta prescrizione – sebbene ai soli effetti civili.

Sul punto, infatti, deve applicarsi il seguente principio di diritto:

“è ammissibile l’impugnazione proposta dalla parte civile avverso la sentenza di assoluzione (art. 576 c.p.p.) preordinata a chiedere l’affermazione della responsabilità dell’imputato, quale logico presupposto della condanna alle restituzioni e al risarcimento del danno, con la conseguenza che detta richiesta non può condurre ad una modifica della decisione penale, sulla quale si è formato il giudicato, in mancanza dell’impugnazione del P.M., ma semplicemente all’affermazione della responsabilità dell’imputato per un fatto previsto dalla legge come reato, che giustifica la condanna alle restituzioni ed al risarcimento del danno. In tale ipotesi, il giudice dell’impugnazione, dovendo decidere su una domanda civile necessariamente dipendente da un accertamento sul fatto reato, e, dunque, sulla responsabilità dell’autore dell’illecito, può, seppure in via incidentale, statuire in modo difforme sul fatto oggetto dell’imputazione, ritenendolo ascrivibile al soggetto prosciolto, nel qual caso la res iudicanda si sdoppia dando luogo a differenti decisioni potenzialmente in contrasto tra loro; contrasto che può rimanere interno alla giurisdizione penale oppure manifestarsi tra giudici di giurisdizioni diverse”: Cass. 9263/2012 Rv. 252706. Tale principio si applica anche nel caso in cui la Corte di Appello dovesse ritenere la prescrizione del reato maturata dopo la sentenza di primo grado: Cass. 7041/2012 riv 254999 secondo la quale “In materia di impugnazioni, la parte civile, anche dopo la I. n. 46 del 2006, conserva il potere di impugnare le sentenze di proscioglimento ed il giudice dell’impugnazione ha, nei limiti del devoluto ed agli effetti della devoluzione, i poteri che avrebbe dovuto esercitare il giudice che ha prosciolto, sicchè qualora il giudice di appello ritenga che il giudice di primo grado abbia errato nel dichiarare la prescrizione, deve statuire, ai soli fini civili, prima nel merito e, poi, sulle domande civili, quand’anche dovesse nuovamente dichiarare l’estinzione del reato per prescrizione nel frattempo sopravvenuta”.

2.4. Si pone, a questo punto il problema se la prescrizione debba essere dichiarata direttamente da questa Corte con conseguente rinvio al giudice civile ex art. 622 c.p.p., ovvero se la sentenza debba essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia per nuovo giudizio sul punto.

Questa Corte ritiene che la soluzione corretta debba essere quest’ultima, per le ragioni di seguito indicate.

Le SSUU, con la sentenza n 35490/2009, hanno affermato che “all’esito del giudizio, il proscioglimento nel merito, nel caso di contraddittorietà o insufficienza della prova, non prevale rispetto alla dichiarazione immediata di una causa di non punibilità”.

Tuttavia, le SSUU hanno precisato che il suddetto principio ha due limitazioni: 1) il proscioglimento nel merito prevale sulla causa estintiva, pur nel caso di accertata contraddittorietà o insufficienza della prova, nel caso in cui, ai sensi dell’art. 578 c.p.p., il giudice di appello – intervenuta una causa estintiva del reato – è chiamato a valutare il compendio probatorio ai fini delle statuizioni civili; 2) il proscioglimento nel merito prevale sulla causa estintiva anche nel caso in cui ad una sentenza di assoluzione ex art. 530 c.p.p., comma 2, appellata dal P.M., sopravvenga una causa estintiva del reato e il giudice ritenga infondato nel merito l’appello. Infatti, “l’approfondimento della valutazione delle emergenze processuali – reso necessario dall’impugnazione proposta dal P.M., risultata inidonea a mutare le connotazioni di ambivalenza riconosciute dal primo giudice alle prove raccolte – impone la conferma della pronuncia assolutoria in applicazione della regola probatoria, ispirata al favor rei, di cui al secondo comma dell’art. 530 c.p.p.”. Al contrario, qualora ritenga il gravame fondato, deve pronunciare sentenza ex art. 129 c.p.p..

A seguito della suddetta sentenza delle SSUU, si può quindi affermare che, in caso di prova non evidente per essere la medesima contraddittoria o insufficiente, il proscioglimento nel merito prevale sulla causa estintiva, pur nel caso di accertata contradaittorietà o insufficienza della prova, nel caso in cui, ai sensi dell’art. 578 c.p.p., il giudice di appello – intervenuta una causa estintiva del reato – è chiamato a valutare il compendio probatorio ai fini delle statuizioni civili.

E’ ovvio, pertanto, che, proprio a tutela della già acclarata innocenza dell’imputato, l’eventuale prescrizione non può essere dichiarata da questa Corte di legittimità perchè un aggravamento della posizione processuale dell’imputato – sia pure ai soli effetti civili – con il passaggio da una sentenza di proscioglimento nel merito ad una prescrizione, involge un giudizio di merito che, dovendosi svolgere nel contraddittorio pieno delle parti, non compete a questa Corte di legittimità che è stata investita solo di questioni di stretto diritto che non riguardano minimamente il merito del processo.

E’ anche appena il caso di rammentare che, alla presente fattispecie, non si applica quanto statuito di recente dalle SSUU le quali, chiamate a comporre il contrasto insorto in ordine alla questione “se, nel caso in cui il giudice di appello abbia dichiarato non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato, senza motivare in ordine alla responsabilità dell’imputato ai fini delle statuizioni civili, a seguito di ricorso per cassazione proposto dall’imputato, ritenuto fondato, debba essere disposto l’annullamento della sentenza con rinvio allo stesso giudice penale che ha emesso il provvedimento impugnato ovvero al giudice civile competente per valore in grado di appello, a norma dell’art. 622 c.p.p.”, l’hanno risolta enunciando il seguente principio di diritto “In ogni caso in cui il giudice di appello abbia dichiarato non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato (o per intervenuta amnistia), senza motivare in ordine alla responsabilità dell’imputato ai fini delle statuizioni civili, a seguito di ricorso per cassazione proposto dall’imputato, ritenuto fondato dalla corte di cassazione, deve essere disposto l’annullamento della sentenza con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello, a norma dell’art. 622 c.p.p.”: SSUU 40109/2013.

Infatti, mentre nel caso sottoposto alle SSUU, la Corte territoriale aveva – sia pure con motivazione omessa – dichiarato la prescrizione, al contrario, nella fattispecie in esame, la Corte territoriale, avendo errato nel ritenere che la prescrizione fosse maturata, per entrambi i reati, prima della pronuncia della sentenza di primo grado, ha omesso di decidere nel merito e cioè sull’appello proposto dalle parti civili e, quindi, di stabilire se confermare la sentenza assolutoria o ritenere fondata la pretesa della parte civile decidendo sulle relative statuizioni.

Di conseguenza, mancando tale grado di giudizio e, non potendo la lacuna -per le ragioni illustrate – essere colmata da questa Corte di legittimità, non resta che la soluzione obbligata di annullare la sentenza con rinvio davanti allo stesso giudice penale alla stregua del seguente principio di diritto: “Qualora la Corte di appello erroneamente ritenga che la prescrizione era maturata prima della sentenza di proscioglimento ex art. 530 c.p.p., comma 2, pronunciata nel giudizio di primo grado, e, di conseguenza, ometta di decidere sull’impugnazione proposta dalla parte civile avverso la sentenza di proscioglimento, la sentenza della Corte, ove impugnata dalla parte civile sotto il solo profilo della violazione di legge per erronea applicazione della normativa sulla prescrizione, va annullata con rinvio davanti allo stesso giudice penale che ha emesso il provvedimento impugnato e non al giudice civile competente per valore in grado di appello, a norma dell’art. 622 c.p.p.”.

3. In conclusione, la sentenza dev’essere annullata solo relativamente al capo sub 1 (truffa avente ad oggetto i Bond Cirio), mentre i ricorsi devono essere rigettati nel resto.

Nulla si deve liquidare, a titolo di onorari, a favore delle ricorrenti parti civili avendo chiesto solo il rimborso delle spese alle quali, però, non hanno diritto.

 P.Q.M.

Annulla con rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di truffa contestato al n. 1 del capo d’imputazione e dispone trasmettersi gli atti ad altra sezione della Corte di Appello di Venezia per nuovo giudizio sul punto rigetta nel resto i ricorsi.

Nulla per le spese delle parti civili.

Così deciso in Roma, il 25 novembre 2013.

Depositato in Cancelleria il 9 dicembre 2013